ESCLUSIVA – Improta si racconta a Zonacalcio, dal Napoli al Catanzaro

La redazione di Zonacalcio.net ha intervistato in esclusiva Giovanni “Gianni” Improta.

Il “Baronetto di Posillipo”, com’era ribattezzato, ha parlato dei suoi ricordi con il Napoli e con il Catanzaro, senza dimenticare qualche aneddoto legato ai suoi esordi con la Spal e con Massimo Palanca. L’ex tecnico della Juve Stabia, ed ex consigliere dell’attuale presidente Manniello, ha poi parlato delle voci che lo vedevano come intermediario in un cambio di proprietà e della prossima stagione delle vespe.

Improta, il Baronetto di Posillipo – “Questo è un appellativo che mi fu dato dal grande Antonio Ghirelli che, sul Corriere della Sera, presentò una gara che dovevamo giocare contro l’Inter, gara decisiva per lo scudetto, e sull’articolo di fondo titolò “Arriva il Baronetto di Posillipo”. Poi, successivamente, mi confidò di soprannominò così perché gli piaceva la mia eleganza nel gioco, oltre che per il modo di pormi e di vestire”.

Napoli, i ricordi in azzurro – “Furono anni belli ed importanti. Pensavo di restare a vita nel Napoli ma, invece, ci fu la cessione inaspettata alla Sampdoria. Successivamente si seppe che Ferlaino dovette realizzarla per “motivi personali”. Fu un momento abbastanza triste per me, dal punto di vista umano e sportivo, ma dovetti accettare di buon grado perché all’epoca non c’erano le regole di oggi che, con la Legge Bosman, il calciatore non è legato a vita ad una squadra ed al termine del contratto può decidere dove andare. Questo permette anche di rifiutare dei trasferimenti, cosa in quegli anni difficile.

Questo è stato il momento più brutto ma ci sono anche stati tanti momenti belli. Credo di aver dato un mio contributo calcistico con assist, goal e giocate. Inoltre ho avuto l’opportunità di giocare insieme a tanti campioni da Altafini a Zoff, da Iuliano a Sormanni. Era un bel Napoli quello che avrebbe potuto vincere qualcosa e che, in realtà, lo avrebbe anche meritato.

Nella stessa partita in cui fui nominato Baronetto, infatti, ci giocavamo il primato con l’Inter che era un punto avanti. Nonostante il vantaggio nel primo tempo, ed una superiorità numerica per l’espulsione di Burgnich, a trionfare furono i nerazzurri a causa dell’arbitro Bonella che ne combinò di “cotte e di crude”.

Il tifo dei napoletani – “Il napoletano ti dà tutto. L’importante è comportarsi bene nei confronti della città e della tifoseria ed impegnarsi sempre. Il tifoso azzurro non ti toglie nulla e non ti pressa, vuole solo vederti lottare per la maglia che gli appartiene, perché la maglia azzurra appartiene al tifoso partenopeo. Se ti vede disinnamorato ti può creare qualche problema, intendo dei fischi. È un tifoso che se lo rispetti, ti rispetta. Io così ho fatto e tutt’ora sono ancora rispettato dai tifosi azzurri”.

Napoli, un mercato basato sulle certezze – “Io penso che sia la società che Sarri abbiano puntato sul questo tipo di mercato. Una strategia, quella di società e tecnico, per puntare allo scudetto. È normale che non ci saranno acquisti eclatanti, e dunque non ci saranno nomi altisonanti tra gli arrivi. Il Napoli prenderà quei calciatori che, inseriti nel contesto partenopeo, non creeranno scompensi nello spogliatoio. Questa sembra sia una cosa mirata, con alla base l’undici titolare della passata stagione.

Già al termine del campionato, io ho ripetuto che tenendo tutti i giocatori e riprendendo il feeling con cui hanno chiuso la scorsa stagione saranno una gatta da pelare per le altre squadre. La società ha fatto bene a scegliere questa strada. Dobbiamo però capire che questa è la politica attuale del Napoli e di De Laurentiis, che vuole provare a vincere lo scudetto con questa strategia. È normale, poi, che quando vedi altre squadre acquistare nomi importanti ti interroghi sulle reali possibilità di riuscita.

L’arma in più quest’anno, contro le rivali che si stanno riorganizzando, sarà proprio questo”.

Il Catanzaro, i tifosi ed il blasone – “Il Catanzaro ha un blasone da riconquistare, nel senso che manca stabilmente dal calcio che conta, inteso come Serie A e Serie B, per le dimensioni della città, della società e della tifoseria. Il mio augurio è che possa ritrovare, con il cambio dei vertici societari, l’entusiasmo attraverso il quale approdare in categorie superiori. I tifosi meritano queste soddisfazioni ed io mi auguro possano riceverle. È normale che l’essere relegati tanti anni tra Lega Pro e C2 abbia fatto scemare l’entusiasmo, con la leadership calabrese passata al Crotone. Quindi i tifosi, in questo senso, vorrebbero spiccare il volo verso le categorie che meritano perché sono una tifoseria passionale, che si fa sentire, anche se ultimamente c’è stato un po’ di disamore. Spero che la nuova proprietà manterrà le aspettative dei propri supporters”.

Il segreto di Palanca – “Io e Massino abbiamo giocato insieme 4 anni, vincendo due campionati dalla B alla A. Ci scambiavamo i favori con assist reciproci. Vederlo giocare era una delizia. Filiforme ma quando calciava dava una potenza alla palla che pochi davano. Il segreto? Il piede piccolo. Palanca aveva un 37 e questo gli permetteva di colpire la palla nel punto esatto in cui, se colpito, partono delle bordate, per non parlare degli effetti che sapeva dare lui con la sua tecnica raffinatissima. Sono stati anni bellissimi, in quanto insieme abbiamo realizzato tanti goal e ne abbiamo fatti realizzare altrettanti. Ripensare a quei momenti mi fa molto piacere e mi fa pensare che, in fondo, forse qualcosa di buono l’ho fatta anche io in carriera”.

La Juve Stabia riparte – “Caserta sarà alla prima esperienza ma, negli ultimi due anni, ha potuto da vicino iniziare a capire le dinamiche per condurre una squadra. Fabio è una persona eccezionale, che sa il fatto suo. Negli ultimi anni, quando la Juve Stabia ha presentato allenatori esordienti questi hanno fatto discretamente bene, anche se le cose sul finale non sono andate molto bene. Mi auguro sia così anche per lui ma con un finale diverso, rispetto ai suoi predecessori.

Indubbiamente bisogna dire una cosa: la Lega Pro toglie e non dà. Cosa vuol dire questo? Significa che sulle spalle di un solo imprenditore, una squadra in questa categoria, può reggere pochi anni. Manniello, invece, regge le vespe da tanti anni sobbarcandosi l’onere, non indifferente, di continuare a fare calcio a Castellammare dov’è presente una tifoseria che ha delle aspettative anche se, gli stessi tifosi, negli ultimi tempi sono maturati molto. I supporters, infatti, capiscono che già avere una squadra stabilmente in questa categoria è una cosa importante.

È normale, poi, che se una stagione ai nastri di partenza sembra partire con una rosa ridimensionata, questo va accettato. Inoltre, spesso è proprio in queste circostanze che si trovano energie che non ti aspetti e che ti possono far fare una figura migliore di quando acquisti nomi altisonanti, e che poi deludono. La cosa importante, con gli under, è saperli scegliere, in questo caso Polito, e chi gli sta vicino, dandogli consigli giusti. Poi un dato di fatto da non sottovalutare, con le nuove regole, è il numero di over che possono esser al massimo 14. Questo livella un po’ il valore delle squadre”.

Spal, l’aneddoto con il presidente Mazza – “Innanzitutto a loro va un mio grande in bocca al lupo. La Spal è stata la mia prima società professionistica, con cui ho esordito in Serie B sotto la guida di Gibì Fabbri. Fu il mio trampolino di lancio, visto che l’anno dopo tornai a Napoli cominciando a giocare in Serie A. Per me è un ricordo indelebile quello di aver militato nella squadra dell’allora presidente Mazza, scopritore di talenti. A lui c’è una curiosità che mi lega particolarmente. In quegli anni ai vertici del Napoli c’era Gioacchino Lauro, figlio di Achille, che non era un intenditore di calcio, se così possiamo dire, che mi cedette a titolo definitivo alla Spal senza neanche sapere io chi ero. Intervenne il presidente del settore giovanile azzurro Andrea Torino che si oppose alla mia cessione definitiva, strappando una comproprietà.

In questo modo, l’anno successivo, per riavermi in squadra i partenopei dovettero spendere 30 milioni di vecchie lire, riacquistando un giocatore che già era loro per un errore. In quel caso, il “volpone” Mazza mi vide all’opera in una rappresentativa e fece finta di non conoscermi, sbagliando di proposito anche il nome, per convincere Lauro a vendermi. Questo ricordo fa capire come nel calcio, a volte, ci si può sbagliare”.

La redazione di zonacalcio.net ringrazia Giovanni Improta per la disponibilità e la cortesia.
La riproduzione dell’intervista è concessa solo previo consenso della redazione di zonacalcio.net

Antonio Di Martino

Studente di Economia Aziendale, diplomato in ragioneria, con la passione per il calcio.

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